Fiumi ostaggio della paura
di Alessandro Pattaro*
l’Italia rema contro l’Europa e nega ai cittadini un bene comune. Mentre Parigi si tuffa nella Senna, noi mettiamo i sigilli ai nostri fiumi.
È la sicurezza o la resa?
I recenti, tragici incidenti sul fiume Piave hanno scatenato una reazione scomposta da parte delle istituzioni. Invece di una seria riflessione su come rendere i nostri fiumi più sicuri e accessibili, abbiamo assistito a una campagna di colpevolizzazione del cittadino e alla diffusione di un messaggio tanto perentorio quanto falso: “la balneazione è vietata“.
Questa psicosi della paura, promossa da enti come il Distretto Idrografico Alpi Orientali, non è solo una sconfitta per la collettività, ma rappresenta un pericoloso arretramento culturale e politico, in netta controtendenza con la visione europea.
La menzogna del “divieto assoluto”
Sgombriamo il campo dall’equivoco principale. Non esiste alcuna legge nazionale che vieti di fare il bagno nei fiumi. La normativa italiana, che recepisce la Direttiva Europea 2000/60/CE, affida ai sindaci il potere di interdire aree specifiche per motivi di inquinamento o, più spesso, di pericolo oggettivo (rischio idraulico, frane, ecc.). Generalizzare queste ordinanze locali, trasformandole in un divieto universale, è un atto di terrorismo psicologico che mira a tenere i cittadini lontani dall’acqua, abdicando al dovere di una gestione attiva e intelligente del territorio.
L’Europa ci chiede fiumi vivi, non fiumi vuoti
Mentre in Italia si erigono cartelli di divieto, l’Europa va nella direzione opposta. Da oltre vent’anni, con la Direttiva Quadro Acque, chiede agli Stati membri di raggiungere il “buono stato ecologico” dei corpi idrici entro il 2015, un obiettivo che in Italia è ancora un miraggio. Iniziative come il Big Jump, a cui abbiamo aderito come Comunità dei fiumi per anni, vedono migliaia di cittadini europei tuffarsi simbolicamente, per rivendicare il diritto a fiumi puliti e balneabili.
A Parigi, con uno sforzo monumentale, si è lavorato per rendere la Senna fruibile per le Olimpiadi del 2024. In Olanda, progetti come “Room for the River” mostrano come la riqualificazione ecologica possa andare di pari passo con la sicurezza idraulica.
L’Italia, con questa campagna proibizionista, si sta isolando e dimostrando di essere un pessimo allievo della classe europea.
La soluzione esiste e si chiama “Contratto di Fiume”
L’alternativa alla politica della paura e della resa esiste e ha un nome: Contratto di Fiume. Da decenni ci battiamo per questo strumento di programmazione negoziata. I Contratti di Fiume mettono attorno a un tavolo tutti gli attori – istituzioni, associazioni, agricoltori, cittadini – per costruire una visione condivisa del bacino idrografico. Il loro scopo è proprio quello di superare la logica settoriale e affrontare in modo integrato la qualità delle acque, la mitigazione del rischio idraulico, la fruizione sostenibile e la valorizzazione ecologica. Un fiume sano e riqualificato è anche un fiume più sicuro. Dove l’acqua è più pulita, dove le sponde sono rinaturalizzate e l’accesso è curato, il controllo sociale aumenta e il rischio diminuisce.
La strada intrapresa dalle nostre autorità porta a una sola, desolante conclusione. Se i fiumi devono essere percepiti solo come una minaccia da cui tenersi alla larga, allora tanto vale essere onesti.
Privatizziamoli
Lasciamo che l’accesso sia un’esclusiva per i cavatori di ghiaia, per chi deriva le acque per scopi industriali o idroelettrici, per i predatori di risorse. Almeno, in quel caso, il furto di un bene collettivo sarebbe palese.
Ma noi non ci stiamo. Il fiume è vita, è comunità, è un patrimonio di tutti. Non lasceremo che la paura e l’inerzia lo obliterino per noi e per la natura. Continueremo a batterci per fiumi vivi, sicuri e aperti a tutti, come l’Europa ci chiede e come il nostro futuro merita.
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*Ingegnere idraulico ambientale